La realtà intorno a noi

 

 

Indice

 

Prima parte

0. Premessa.

1. La radioattività della Materia.

2. La disinformazione.

 

Seconda parte

3. I criteri di indagine.

4. Un Universo di Materia.

5. La Materia secondo la scienza.

6. La Materia vivente e non.

7. La Materia: perché?

8. La Materia: l’inizio.

9. La Materia: la fine.

10. La risposta.

11. Che fare.

 

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Prima parte

 

o. Premessa.

Secondo le ultime teorie (o penultime dopo le contraddizioni sorte con alcune osservazioni effettuate tramite l’osservatorio astronomico James Webb) l’universo si è formato circa 13,8 miliardi di anni fa e avrà ancora forse una durata di molti eoni (un numero di anni pari a 10 elevato alla 78, afferma un ultimo studio di un team di ricercatori dell’università di Radboud nei Paesi Bassi).
Il nostro sistema solare, con all’interno il pianeta Terra, si è formato circa 5 miliardi di anni da una nube di gas contenente anche i detriti di supernove precedenti. Il Sole è infatti una stella di seconda generazione, con all’interno almeno il 2 per cento di elementi pesanti, che poi hanno contribuito alla formazione dei pianeti, ed è probabilmente giunto ad un terzo della sua vita. Già tra un miliardo di anni però il nostro pianeta (ma non solo lui) comincerà a subire vicende critiche, per colpa della sua stella, che lo renderanno inabitabile.
Su di esso le forme di vita più complesse si sono sviluppate meno di mezzo miliardo di anni fa e si sono poi avvicendate sino ad arrivare alla situazione attuale. In particolare la nostra specie è comparsa intorno a 300.000 anni fa (attualmente i più antichi fossili provengono da Jebel Irhoud in Marocco), forse ultima temporalmente del suo genere, e attualmente, dopo un processo di ibridazione con quelle a lei più vicine, l’unica.

La permanenza sul pianeta di ciascuno di noi non supera normalmente i 100 anni: praticamente il tempo di un lampo nel confronto con i periodi di cui sopra. Singolarmente nasciamo per una combinazione casuale di elementi e analogamente ci trasformeremo in altro con la loro disaggregazione, non ricomparendo probabilmente più in forma analoga nel corso degli eoni che attendono l’universo.
Questo ci dice molto sulla particolare eccezionalità del breve periodo della nostra vita e quindi sull’importanza del suo utilizzo.

Per quelli di noi che non sono costretti ad occuparsi principalmente della propria sopravvivenza e che pertanto dovrebbero poter tener conto di quanto detto, invece l’ottenimento di denaro e di altri beni occupa gran parte delle giornate; e anche l’accumulo di frammenti di potere, di consenso o di immagine, nelle sue diversificazioni, li impegna talora completamente. Non tralascio di ricordare certo il tempo speso nel privato, nel sociale, in politica, nelle diverse ideologie o professando, più o meno convinti, riti, religioni o altre superstizioni. Non pochi spendono il tempo cercando di massimizzare il livello di sensazioni ed emozioni, intensificando e moltiplicando quelle ottenibili tramite i sensi; da costoro tutte le attività, come quelle lavorative o di vita in genere, sono spesso svolte con questo intento di esaltazione emotiva.

Di tutto ciò non rimarrà alcunché.

Certuni, pochi peraltro, ritengono invece sia più gratificante ed erroneamente con risultati più duraturi, spendere il tempo a dedicarsi agli aspetti culturali, pur presenti nella nostra società. Tra questi riflettere, indagare e giungere magari a delle conclusioni sulla realtà e sullo stato delle cose intorno a noi.

1. La radioattività della Materia.

La radioattività (e la conseguente emissione di radiazioni ionizzanti potenzialmente dannose) è una caratteristica naturale della materia, ove più ove meno. Nel primo periodo dopo la formazione della Terra la quantità di radiazioni ionizzanti sulla sua superficie era assai maggiore, tale da non permettervi, insieme ad altre cause, la nascita della vita. Con il loro decadimento e in conseguenza di altre casuali lente modificazioni (ad esempio nella composizione dell’atmosfera, con la formazione di un campo magnetico etc.) la situazione col tempo si è alterata e anche le radiazioni diminuite; a partire da circa cinquecento milioni di anni fa anche sulla superficie solida del pianeta si è gradualmente instaurata la vita, prima vegetale poi animale.

Tuttora un discreto numero e quantità di isotopi radioattivi sono presenti nel nostro pianeta, distribuiti abbastanza uniformemente; altri ancora provengono in continuità, direttamente o meno, dallo spazio esterno. Questo fa sì che l’ambiente in cui viviamo (noi e le altre forme di vita) sia ancora pervaso in modo ineliminabile da radiazioni ionizzanti. Il livello di queste è però fisicamente tollerabile, perché moderato da alcune protezioni planetarie e perché gli organismi viventi ci si sono assuefatti mettendo a punto, con l’evoluzione, sufficienti caratteristiche di difesa.

Il gas radon è la maggior causa di questa radioattività: è presente in quantità nel sottosuolo e da lì in piccola parte invade l’ambiente esterno. Il nostro organismo è in grado di difendersi dalle sue radiazioni, a condizione che le situazioni rimangano a livello naturale.

Realmente non è corretto utilizzare la parola “inquinamento” nel caso della presenza del radon. Infatti di inquinamento si può parlare solo quando in un luogo si riscontri una concentrazione innaturale, o meglio insolita, di qualcosa e quindi quando occorra e sia possibile una azione di bonifica per riportarlo in condizioni imperturbate. Non è questo il caso del gas radon; la sua presenza continua, distribuita e permanente è naturale e la bonifica non è quindi concepibile. Se ne possono solo mitigare le concentrazioni anomale.

La capacità degli organismi viventi di non essere danneggiati dalle radiazioni ionizzanti non è uniforme. In effetti o per motivi derivanti dalla loro specifica costituzione fisica o per la diversa storia evolutiva ci sono organismi con capacità di resistenza quasi incredibile. Ad esempio il phylum di animali invertebrati chiamati nematodi, ricco di varie specie di vermi cilindrici, risulta, da alcuni studi portati avanti sugli organismi viventi nella zona più inquinata di Chernobyl, incredibilmente più resistente alle radiazioni di noi. Anche il batterio Deinococcus Radiodurans è uno degli organismi più radioresistenti conosciuti; è una specie in grado di resistere a dosi di radiazioni di gran lunga superiori a quelle necessarie per uccidere un qualsiasi altro animale. Se una dose di 10 Gray di radiazione ionizzante è sufficiente ad uccidere un essere umano, il D. Radiodurans non perde la sua vitalità anche sottoposto a 15 000 Gray. La resistenza di questo batterio è dovuta sia al possesso di copie multiple del genoma, che ad un rapido meccanismo di riparazione del DNA nell’arco di 12 – 24 ore, inoltre senza introdurre un numero di mutazioni superiore alla replicazione ordinaria; non si comprende quale possa essere stata la pressione selettiva che abbia potuto dargli questo vantaggio (un’antica provenienza aliena?). Analoghe considerazioni si possono fare analizzando le straordinarie capacità di resistenza alle situazioni ambientali estreme di alcune specie (tra circa un migliaio) del phylum dei Tardigradi. Pare che sopportino dosi di radiazioni gamma fino a quasi mille volte il limite letale per gli esseri umani.

Tornando a noi, il problema sanitario nasce quando vi siano ambienti ove il livello di radiazioni ionizzanti superi i valori naturali: in quel caso non siamo più attrezzati e, magari senza saperlo, andiamo incontro a gravi danni. Nel caso del radon sono alcuni ambienti costruiti dalla nostra civiltà: da quelli sotterranei come gallerie, miniere, metropolitane a quelli particolari come le terme, o a quelli costruiti sì in superficie, ma senza più gli accorgimenti tipici impiegati nei tempi passati o scaturiti dalle attuali conoscenze tecniche, o a quelli semplicemente costruiti male. Nel contrastare la presenza del gas, invece che di bonifiche si parla quindi di mitigazioni in quanto il suo azzeramento non è tecnicamente possibile.

In conclusione, il radon è un gas naturale radioattivo e cancerogeno la cui progenie causa annualmente un gran numero di carcinoma polmonari; di questi circa 20.000 nell’Unione Europea e 3500 in Italia.
Fortunatamente non è difficile individuarlo, misurarlo e difendersi, ma occorre sapere come: è quindi soprattutto una questione di informazione.

A livello di opinione pubblica in Italia, ma certamente non solo qui, si riscontra un’ampia ignoranza su questo tema: la maggioranza di noi ne è totalmente all’oscuro, una minoranza ne ha sentito parlare confusamente oppure è in possesso di qualche informazione, ma generalmente errata. Eppure non mancano fonti preparate e aggiornate sull’argomento, anche accessibili senza grandi difficoltà.

Essendo un fenomeno che ha un discreto impatto sulla nostra salute e sopravvivenza è ovviamente compito delle autorità politiche, e non, gestirlo opportunatamente. Purtroppo questo è avvenuto solo con grande fatica e dietro costrizione esterna. Malgrado oramai da decenni esista la chiara conoscenza e consapevolezza, a livello scientifico, del problema, delle sue specificità e dei suoi rimedi, nel nostro paese si è fatto molto poco e con quasi nessun pratico vantaggio.

Dopo analisi e riflessioni pluridecennali e una lunga serie di norme, raccomandazioni e disposizioni di legge di Organismi Internazionali, nel 2013 l’Unione Europea ha emesso un’ultima ampia Direttiva sull’argomento (Direttiva 2013/59), vincolante per gli stati membri.

L’Italia l’ha recepita solamente il 31 luglio 2020, quando oramai risultava avviata una procedura di infrazione che aveva portato la Commissione europea a comunicarci la messa in mora formale ed infine, il 25 luglio 2019, a deferire l’Italia alla Corte di giustizia dell’Unione europea per mancato recepimento.

Il Decreto Legislativo finalmente emesso non era comunque corretto e due anni dopo è stato revisionato con un altro, entrato in vigore il 18 gennaio 2023. Il nuovo Decreto, al suo interno, rimandava la definizione delle attività da svolgere a quanto indicato in un successivo Piano Nazionale D’Azione per il Radon (PNAR) che è stato a sua volta pubblicato nella G.U. il 21 febbraio 2024.

Con queste premesse non c’è pertanto da meravigliarsi che gran parte delle autorità sottostanti, che erano incaricate di mettere in pratica e gestire quanto normato, abbiano accolto il Decreto e il PNAR con burocratica lentezza, malgrado che anche il Decreto Legge 69 del 13 giugno 2023, ne abbia finanziato le attività con due fondi per un totale di 120 milioni di Euro, spalmati sugli anni 2023- 2031.

Ma perché questo?

Le autorità amministrative locali e quelle sanitarie sono sempre state restie ad occuparsi di questa problematica, ritenendo, a torto, che fare luce su di essa creasse solo problemi, tensioni, perdita di consenso e presunti danni economici. Le obbligatorie attività promozionali di informazione sono tuttora mantenute sottotraccia e senza un effettivo risultato. Tanto è vero che anche tra i cittadini è arduo trovarne qualcuno consapevole; tra loro peraltro il comportamento più diffuso è quello di ignorare il fenomeno o comunque cercare di evitarne le incombenze e le possibili sanzioni: il “problema” radon è approcciato come quello di una nuova e sconosciuta gabella da scansare con l’evasione dei compiti o di nuovo anche con il negazionismo. Non ha importanza se ti vengono offerte soluzioni anche senza oneri, si cerca subito di sfuggire la “rogna”.

Ricordo di una proprietaria che, di fronte alla scoperta che la propria abitazione aveva un’alta concentrazione di radon, invece di mitigarla (senza difficoltà) ha preferito acquistarne un’altra e trasferirvisi, dopo aver affittato la prima ad altri (ignari di tutto, dato che in Italia non esisteva obbligo di certificazione in proposito).

Il funzionario di una ASL, è arrivato ad indirette minacce se avessi portato aventi un’iniziativa di divulgazione sull’argomento radon nel mio paese.

Il sindaco di un altra località montana, che era stato costretto a programmare misurazioni radon nel suo territorio, ha cancellato l’iniziativa appena saputo che l’asilo ne era pieno (alcuni anni dopo per contrappasso è deceduto per tumore).

Ecc. ecc..

Tutti comportamenti alla fine solo autolesionistici .

In un aforisma. La radioattività e con essa il radon sono una componente della realtà intorno a noi, non un suo inquinamento. Quella naturale in effetti non danneggia noi o gli altri organismi viventi. Caso mai, il rischio l’abbiamo creato noi realizzando e utilizzando senza informazione ambienti e situazioni innaturali.

Queste narrazioni sul radon sono un esempio delle conseguenze della disinformazione, ma per comprendere meglio il panorama della realtà intorno a noi occorre ampliare il punto di vista.

2. La disinformazione.

Lo stimolo a realizzare questo sito www.radongas.eu (inizialmente nato come un quaderno di note ad uso personale) è stato quello di contribuire a costruire informazione dove essa è in larga parte assente oppure deformata.

L’informazione, in tutte le sue forme, è importante ed essenziale per il funzionamento della nostra civiltà e la creazione di disinformazione (voluta e colpevole o causata dai nostri limiti culturali) è pertanto un fatto di estrema gravità.

Non che ciò non ci sia stato già in altre civiltà del passato, ma non in modo così esteso e organizzato come adesso.

A seguito della famosa battaglia di Qadesh del 1274 a.C. tra l’Egitto ramesside e le forze ittite di Muwatalli II, alla fine di un lungo periodo di belligeranza tra i due regni, entrambi le parti celebrarono con monumenti e scritti la propria vittoria e la sconfitta del nemico, tanto che tuttora esiste tra noi incertezza su chi effettivamente ebbe la meglio.  Oggi, nell’attualità del vicino conflitto nato dall’invasione dell’Ucraina, la produzione di disinformazione è una pratica massiccia e sofisticata: addirittura in Russia è reato affermare che esista la guerra. Per non parlare poi delle “fake news” della presidenza statunitense di Donald Trump.

Le conseguenze della disinformazione sono molteplici: non solo danneggiano direttamente o indirettamente chi le subisce, ma creano anche un clima di incredulità e sfiducia verso la conoscenza della realtà in generale e portano ad un comportamento di indifferenza nella prassi. Si colpisce infine il concetto stesso di educazione e quindi la base della civiltà.

Oltre al ruolo portante dei social in questo settore, purtroppo la gran parte dei media e degli altri strumenti di comunicazione elargiscono disinformazione, non solamente in contesti eccezionali, come quelli di uno scontro bellico, ma in tutti gli ambiti. Certo spesso è creata o condizionata da motivi economici o ideologici, ma anche semplicemente dalla nostra cultura. Tanto che non solo la conoscenza delle cose, ma anche il livello di libertà e di libero arbitrio che possediamo ne è fortemente limitato. Appare proprio che siano le attività correlate al mondo della informazione pubblicitaria l’immagine e la cifra caratterizzante della nostra attuale civiltà.

La disinformazione esplicita e voluta o inconscia è una pratica continua e diffusa del nostro agire, giorno dopo giorno, nell’attività lavorativa, nello svago, nei rapporti con gli altri, verso noi stessi.

Ritenere che le informazioni e gli elaborati prodotti dalle varie intelligenze artificiali (IA) siano scevri dalla disinformazione è illusorio, anche se certamente in alcuni casi essi o le loro applicazioni lo sono molto meno di quelli degli umani. Tali contributi possono essere vantaggiosamente utilizzati, purché in modo accorto, da chi ne è all’altezza e comunque già preparato, cosa che vale del resto anche per le altre fonti del sapere.

Il giornalista Michele Serra in un articolo del 13 maggio 2025 esprime bene il suo giudizio in proposito: “La natura fetida della disinformazione riflette l’anima nera dei sui artefici, che di mestiere avvelenano i pozzi ai quali si abbevera la parte meno protetta, meno privilegiata dell’opinione pubblica. Frodano e ingannano i deboli, quelli che non hanno i mezzi culturali e spesso nemmeno quelli economici per verificare le notizie”

Ovviamente esistono spazi, angusti, di strutture e di persone ove questa è fattivamente contrastata; dire quale impatto tali sforzi abbiano, lo valuti chi sa sfuggire alle trappole della soggettività.

Ci possiamo chiedere quali siano le motivazioni delle nostre menzogne. Oltre al banale tentativo di coprire una situazione, oppure un’azione, che sentiamo sarebbero sanzionate, criticate o comunque considerate inaccettabili da terzi oltre che da noi stessi, esse possono anche solo far fronte ad una inconfessata incapacità o ignoranza (è raro che, interrogati, dichiariamo di non sapere qualcosa; preferiamo sostituire la realtà con l’opinione). Per certuni invece esse rappresentano un usuale strumento, al fine di ottenere consenso o altri vantaggi, così come il normale modo di porsi verso il prossimo. La confusione mentale può anche essere tale da portarci a non distinguere più tra menzogna o realtà e a mentire sempre e comunque, anche senza uno scopo manifesto. E’ un fatto poi che i primi che cerchiamo di ingannare siamo proprio noi stessi a cui quindi in primis celiamo questo comportamento. La menzogna mostra innanzitutto la nostra paura di fronte alla verità ed alla realtà: per coprirla abbiamo elaborato anche grandi, complesse e faticose costruzioni, articolate nel tempo, estese nello spazio, magari anche di pregevole o artistica fattura e con il concorso di molti, con il risultato di aver realizzato bellissimi miti ma anche inganni epocali e grandi ingiustizie.

E’ interessante notare che invece le altre specie viventi si comportano molto diversamente e, tra le altre cose, non mentono; forse perché hanno oramai accettato la realtà intorno a loro, così come è.

La nostra paura di fronte alla realtà ed il conseguente sforzo nel mistificarla ha portato nel tempo, e fin dal lontano passato, ad attività di censura e di persecuzione verso chi la indagava (la realtà). Nel tempo esse hanno attaccato molti personaggi famosi: da Anassagora e Socrate ai Pitagorici, da Epicuro e Diogene a Ipazia lapidata, da Seneca a Lucrezio, da Giordano Bruno bruciato vivo (e i cui scritti sono rimasti all’Indice del Santo Uffizio fino al 1948) a Campanella, da Galileo a Lavoisier, da Lise Meitner a Lev Landau, fino ad Albert Einstein, spiato dal FBI e ad Alan Turing, perseguitato fino al suicidio. Per questo alcuni furono costretti all’anonimato o a nascondere, o rendere illeggibili, i propri scritti: Socrate non lasciò forse per questo alcunché di scritto, Leonardo invece utilizzava una scrittura rovesciata a specchio, Galileo dopo l’abiura dovette mistificare le proprie idee e Jean Meslier nascose fisicamente la sua opera per anni, perché non fosse trovata finché vivo. Perciò anche questa pagina è protetta da password.

In un aforisma. La disinformazione è la malattia corale della società umana.

Potremmo vedere invece come qui si riesca ad esaminare come stanno le cose intorno a noi.

Mi sento però in dovere di consigliare il proseguimento della lettura solo a chi, oltre che l’età e la password, ne ha convinte motivazioni.

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